Mezzo miliardo di euro l’anno. I danni prodotti da troppo cemento

Eppure i nostri amministratori fanno tutto quello che possono per “sanare” le speculazioni edilizie. Ben sapendo che questo costo andrà a ricadere sui nostri figli. (n.d.C.N.)

Mancata produzione agricola, aria più inquinata, perdita di specie vegetali. Per la prima volta stimati i costi (non solo ambientali) del consumo di suolo in Italia.

Luca Mercalli e Giuseppe Salvaggiulo su la Stampa 

Cinque secoli fa Leonardo scriveva che «conosciamo di più il movimento dei corpi celesti di quanto conosciamo il suolo sotto i nostri piedi». La situazione fino a pochi anni fa non era cambiata granché, e il suolo era in generale visto come uno spazio da costruire o da coltivare. Fortunatamente ora si comincia ad attribuire al suolo una maggior importanza strategica, per i suoi servizi naturali insostituibili.

Ne è prova la presentazione oggi a Roma del rapporto «Numeri e costi del consumo di suolo in Italia» redatto dall’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Il suolo nazionale cementificato, cioè sigillato in permanenza da edifici o infrastrutture di trasporto o industriali, ammonta a circa il 7 per cento. Sembra una frazione piccola, ma rapportata ai 302mila chilometri quadrati di territorio italiano corrisponde a 21mila chilometri quadrati, l’equivalente di poco meno della regione Emilia Romagna. O se volete, ognuno dei 61 milioni di italiani dispone di circa 5000 metri quadrati di suolo, dai campi padani alle pietraie d’alta montagna, dei quali 350 sono ormai ricoperti di cemento o asfalto.

Ma ciò che più conta, è che questi ultimi sono quasi tutti concentrati nelle zone delle pianure più fertili e irrigue, e sulle coste, ovvero i suoli più preziosi. La novità dello studio Ispra è quest’anno la quantificazione economica delle perdite di suolo. Si è stimato il valore monetario dei servizi ecosistemici offerti dal terreno e sottratti dalla sua artificializzazione: mancata produzione agricola e forestale, mancata rimozione di CO2 e particolato inquinante dall’atmosfera, perdita di biodiversità, alterazione dell’infiltrazione e purificazione dell’acqua verso le falde, interferenza con i deflussi delle acque superficiali, peggioramento del microclima urbano per aumento del calore estivo. Se si prendono ad esempio i dati del Piemonte, si vede come nel solo triennio 2012-2015 sono stati consumati 623 ettari di suolo (pari alla superficie del comune di Brandizzo) che corrispondono a un costo annuo di servizi naturali perduti fino a 30 milioni di euro. E’ facile dedurre che a livello nazionale il totale dei costi annui indotti dalla cementificazione superi il mezzo miliardo di euro.

 

 

L’edilizia si lamenta che la crisi ha fatto crollare gli introiti ma è chiaro che se ci fosse una ripresa economica e si continuasse sulla scellerata strada del continuo consumo di suolo vergine, il conflitto tra beni comuni e profitto diverrebbe insanabile, anche perché, sia pure economicamente quantificati, i servizi naturali procurati dal suolo in realtà non sono sostituibili e la loro perdita peggiora la nostra qualità della vita e genera danni e sofferenze. Attualmente la legislazione italiana non è ancora attrezzata per difendere il capitale naturale non rinnovabile dei suoli nazionali: si deve far lavorare sì il comparto edile, ma incentivando ristrutturazioni, riconversioni e bonifiche di aree dismesse e penalizzando l’uso di nuovo suolo, un problema ormai comune a tutta l’Europa occidentale.

Nel frattempo la difesa del suolo è affidata alle associazioni di cittadini e a singoli amministratori coraggiosi, come Matilde Casa, sindaco di Lauriano Po, a una trentina di chilometri da Torino, che tuttavia per aver sottratto un terreno a rischio idrogeologico all’edificazione si è vista denunciata per abuso d’ufficio dal proprietario. Dopo due anni di umiliante iter giudiziario è stata fortunatamente assolta il 7 giugno scorso. L’articolo 9 della Costituzione recita che la Repubblica tutela il paesaggio: nel 1947 il consumo di suolo in un’Italia rurale e distrutta dalla guerra non era certo un problema, oggi però bisognerebbe aggiornarlo, e aggiungerci la tutela assoluta del suolo, da cui dipendono l’alimentazione e il benessere fisico nostro e delle generazioni future. Un capitale naturale che non ha prezzo e che una volta perduto nessuno ci potrà restituire.

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