Tuesday, June 10. 2008
Ambiente In Inghilterra è nato un movimento di piccole città "in transizione": che si preparano alla fine del petrolio. Senza aiuti politici
Enrico Franceschini su D, magazin di RepubblicaChiudete gli occhi e immaginate di entrare nel futuro prossimo venturo. Il futuro di un mondo senza più petrolio, gravemente inquinato dai gas nocivi e a corto di risorse energetiche alternative.
Ora aprite gli occhi, ed ecco quello che vedete: un pittoresco villaggio inglese su per giù dell'anno 1700, con le casette in stile elisabettiano, i ponticelli in legno sul fiume, gli artigiani al lavoro nelle loro botteghe, gli agricoltori che espongono la merce dei loro campicelli in un colorito mercatino, le anatroccole che zampettano libere di andare dove vogliono, il cielo azzurro e un silenzio rotto soltanto dai campanelli delle biciclette.
Campanelli? Biciclette? Ma che cosa ci fanno nel 1700? Non ci fanno niente, perché l'idilliaco quadretto che vi ho descritto non risale a tre o quattro secoli fa, bensì al presente. O meglio, come vi chiedevo di immaginare all'inizio, nel futuro prossimo. Siamo a Totnes, nel Devon, Inghilterra meridionale: un paesino di ottomila abitanti a una manciata di chilometri dal mare, la seconda comunità più antica del Paese, una gemma architettonica ben conservata, con il suo castello normanno dei tempi di Guglielmo il Conquistatore, insomma una meta abituale dei turisti che vogliono riscoprire la Old England, la Vecchia Inghilterra.
Oppure quella nuova. Già, perché circa un anno fa Totnes è diventata una Transition Town, una città in via di transizione, la prima in tutta la Gran Bretagna ad aderire a un movimento che affronta da un punto di vista inedito i due grandi problemi dell'uomo contemporaneo, cioè l'imminente esaurimento del petrolio e il riscaldamento dell'ambiente.
Invece che organizzare campagne di pressione per convincere i leader politici ad agire, a passare nuove leggi antinquinamento o pro nuove fonti energetiche, l'idea è quella di prendere i problemi nelle proprie mani e cominciare a organizzarsi subito a livello locale per una vita diversa: ovvero per l'epoca, ormai vicina, forse dietro l'angolo, in cui non avremo più benzina e petrolio, e non potremo fare ricorso a fonti nocive per l'ambiente, come per esempio il carbone, per far funzionare le nostre città.
Cosa faremo, a quel punto? Piomberemo in un nuovo Medioevo o riusciremo a mantenere, con un diverso approccio, la maggior parte delle nostre abitudini e comodità? Questa è la sfida dei "transizionalisti", come si possono definire i seguaci del movimento, che ha messo le basi in una trentina di cittadine del Regno Unito, per lo più villaggi rurali ma anche più grandi, come Bristol, la Nottingham resa celebre dallo "sceriffo" avversario di Robin Hood e il vasto sobborgo londinese di Brixton, oltre che in Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, insomma in quasi tutto il mondo anglosassone.
Entrando a Totnes, bisogna dire, non ci si accorge immediatamente di avere varcato una nuova frontiera, e il motivo è duplice. Da un lato, perché è una tipica cittadina del delizioso countryside inglese, fatta a misura d'uomo, e di un uomo, verrebbe da aggiungere, dai gusti decisamente bucolici: per cui i danni dell'inquinamento atmosferico, della congestione urbana, della frenesia della vita moderna, qui sono certamente meno evidenti che a Londra o in qualsiasi altra città di medio-grandi dimensioni.
Dall'altro lato, non ci si accorge di essere entrati in una oil-free zone, come la chiamano i sostenitori del progetto, ossia una "zona liberata dal petrolio", perché il petrolio, ovviamente, non è ancora scomparso, né qui né altrove. Del resto la proclamazione di "Transition Town" non è un atto pubblico, ufficiale, ma un'iniziativa privata, che non coinvolge necessariamente tutti gli abitanti.
A Totnes è forse il dieci per cento della popolazione che partecipa alle assemblee del movimento, occupandosi di svilupparne poi in concreto le direttive: è la parte più attiva della popolazione locale, ma non può obbligare chi non partecipa ad adottare gli stessi provvedimenti. Quindi, in sostanza, l'effetto non è di attraversare lo "specchio", come Alice nel romanzo di Lewis Carroll, e ritrovarsi in una realtà differente.
Eppure di novità, in paese, se ne sono già messe in moto parecchie, dalle prime batterie di pannelli solari installati sui tetti alle piste ciclabili per diminuire il traffico in auto a vantaggio di quello su due ruote, dalle misure per diminuire il consumo di energia elettrica e acqua nelle case a quelle per consumare prodotti alimentari prodotti esclusivamente in loco, dai corsi per imparare a cuocere il pane nel forno e a seminare frutta, patate e ortaggi in giardino a quelli di cucito per imparare a rammendare calzini, gonne e maglioni. "Impegnarsi in tutti gli aspetti della vita quotidiana di cui la nostra comunità ha bisogno, allo scopo di automantenersi e svilupparsi, aumentando significativamente le energie sostenibili e riducendo drasticamente le emissioni di carbonio", riassume il volantino affisso ai muri di pub e negozi.
Come tutti i movimenti, anche quello di Transition Town ha un leader, o forse è meglio definirlo un guru, perché è quasi una diversa filosofia di vita quella proposta da Rob Hopkins. "Il movimento partito da Totnes è per chi è stanco di aspettare, e alle parole preferisce sostituire i fatti", dice. "Si tratta semplicemente di fare ricorso alla stessa creatività, abilità, inventiva che abbiamo usato sulla strada di uno sviluppo ascendente, per imboccare la strada di uno sviluppo discendente. Questo non vuol dire che ci prepariamo a un ritorno alla natura, o a un'esistenza primitiva.
Ma dobbiamo inventare un nuovo modello di comunità, in cui ci si sposta di meno in auto o in aereo, in cui non si mangiano fuori stagione fragole arrivate dall'altra parte del pianeta, in cui si ricicla tutto quello che è possibile, si consuma solo quello che serve facendo attenzione a non sprecare, si riscopre un modo diverso di stare insieme". Hopkins ammette che tutto questo richiede tempo, pazienza e stretti legami fra chi si impegna a farlo, perciò la sua "transizione" può partire più facilmente in piccoli centri, come Totnes appunto, dove tutti conoscono tutti. E le città? "Là la transizione deve svolgersi all'interno di un quartiere, per poi poco alla volta inglobare un nuovo spicchio". Sono preparativi che fanno venire in mente un'altra epoca, non lontana come l'Inghilterra elisabettiana: gli anni della Seconda guerra mondiale, che qualcuno di noi ricorda per averli vissuti in prima persona e molti hanno conosciuto per sentito dire attraverso genitori e nonni. Anni di razionamento, di orti di guerra, di calzini rammendati, e anche di comunità che si stringevano su se stesse, per tenere duro e resistere.
Allora c'era la guerra, adesso c'è un nuovo conflitto alle porte: quello che sarà provocato dalla fine del petrolio. Il guru delle Transition Towns è fra quelli convinti che la produzione petrolifera toccherà l'apice entro cinque anni, e poi comincerà la crisi che travolgerà tutto molto in fretta; altri, meno pessimistici, predicono che l'oil peak, il picco della produzione di oro nero, non avverrà prima di trent'anni, diciamo intorno al 2040. Ma, anche se così fosse, non sarebbe molto lontano: riguarderebbe, se non proprio noi, certo i nostri figli. "L'esperienza di Totnes e delle altre città del nostro movimento", conclude Hopkins, "è che la gente, quando spieghi il problema e offri una soluzione, reagisce con grande entusiasmo. Noi speriamo che questa idea si espanda rapidamente, non solo in Gran Bretagna, ma in tutta Europa e nel mondo industrializzato, di modo che quando il petrolio finirà, saremo pronti".
Qualcuno dirà che è un messaggio apocalittico, da setta millenarista che aspetta la fine del mondo: in realtà si propone l'esatto contrario, la continuazione del mondo. Sicché dopo il fallimento della "transizione al socialismo" promessa dai guru del marxismo, non resta che sperare nella "transizione all'ecologismo" delle Transition Towns. E ora scusate, basta pigiare sui tasti di un computer, devo scappare: qui a Totnes ho trovato qualcuno che ha promesso di insegnarmi a coltivare patate e rammendare calzini. In bicicletta, per fortuna, ci so già andare.
Invece che organizzare campagne di pressione per convincere i leader politici ad agire, a passare nuove leggi antinquinamento o pro nuove fonti energetiche, l'idea è quella di prendere i problemi nelle proprie mani e cominciare a organizzarsi subito a livello locale per una vita diversa: ovvero per l'epoca, ormai vicina, forse dietro l'angolo, in cui non avremo più benzina e petrolio, e non potremo fare ricorso a fonti nocive per l'ambiente, come per esempio il carbone, per far funzionare le nostre città.
Cosa faremo, a quel punto? Piomberemo in un nuovo Medioevo o riusciremo a mantenere, con un diverso approccio, la maggior parte delle nostre abitudini e comodità? Questa è la sfida dei "transizionalisti", come si possono definire i seguaci del movimento, che ha messo le basi in una trentina di cittadine del Regno Unito, per lo più villaggi rurali ma anche più grandi, come Bristol, la Nottingham resa celebre dallo "sceriffo" avversario di Robin Hood e il vasto sobborgo londinese di Brixton, oltre che in Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, insomma in quasi tutto il mondo anglosassone.
Entrando a Totnes, bisogna dire, non ci si accorge immediatamente di avere varcato una nuova frontiera, e il motivo è duplice. Da un lato, perché è una tipica cittadina del delizioso countryside inglese, fatta a misura d'uomo, e di un uomo, verrebbe da aggiungere, dai gusti decisamente bucolici: per cui i danni dell'inquinamento atmosferico, della congestione urbana, della frenesia della vita moderna, qui sono certamente meno evidenti che a Londra o in qualsiasi altra città di medio-grandi dimensioni.
Dall'altro lato, non ci si accorge di essere entrati in una oil-free zone, come la chiamano i sostenitori del progetto, ossia una "zona liberata dal petrolio", perché il petrolio, ovviamente, non è ancora scomparso, né qui né altrove. Del resto la proclamazione di "Transition Town" non è un atto pubblico, ufficiale, ma un'iniziativa privata, che non coinvolge necessariamente tutti gli abitanti.
A Totnes è forse il dieci per cento della popolazione che partecipa alle assemblee del movimento, occupandosi di svilupparne poi in concreto le direttive: è la parte più attiva della popolazione locale, ma non può obbligare chi non partecipa ad adottare gli stessi provvedimenti. Quindi, in sostanza, l'effetto non è di attraversare lo "specchio", come Alice nel romanzo di Lewis Carroll, e ritrovarsi in una realtà differente.
Eppure di novità, in paese, se ne sono già messe in moto parecchie, dalle prime batterie di pannelli solari installati sui tetti alle piste ciclabili per diminuire il traffico in auto a vantaggio di quello su due ruote, dalle misure per diminuire il consumo di energia elettrica e acqua nelle case a quelle per consumare prodotti alimentari prodotti esclusivamente in loco, dai corsi per imparare a cuocere il pane nel forno e a seminare frutta, patate e ortaggi in giardino a quelli di cucito per imparare a rammendare calzini, gonne e maglioni. "Impegnarsi in tutti gli aspetti della vita quotidiana di cui la nostra comunità ha bisogno, allo scopo di automantenersi e svilupparsi, aumentando significativamente le energie sostenibili e riducendo drasticamente le emissioni di carbonio", riassume il volantino affisso ai muri di pub e negozi.
Come tutti i movimenti, anche quello di Transition Town ha un leader, o forse è meglio definirlo un guru, perché è quasi una diversa filosofia di vita quella proposta da Rob Hopkins. "Il movimento partito da Totnes è per chi è stanco di aspettare, e alle parole preferisce sostituire i fatti", dice. "Si tratta semplicemente di fare ricorso alla stessa creatività, abilità, inventiva che abbiamo usato sulla strada di uno sviluppo ascendente, per imboccare la strada di uno sviluppo discendente. Questo non vuol dire che ci prepariamo a un ritorno alla natura, o a un'esistenza primitiva.
Ma dobbiamo inventare un nuovo modello di comunità, in cui ci si sposta di meno in auto o in aereo, in cui non si mangiano fuori stagione fragole arrivate dall'altra parte del pianeta, in cui si ricicla tutto quello che è possibile, si consuma solo quello che serve facendo attenzione a non sprecare, si riscopre un modo diverso di stare insieme". Hopkins ammette che tutto questo richiede tempo, pazienza e stretti legami fra chi si impegna a farlo, perciò la sua "transizione" può partire più facilmente in piccoli centri, come Totnes appunto, dove tutti conoscono tutti. E le città? "Là la transizione deve svolgersi all'interno di un quartiere, per poi poco alla volta inglobare un nuovo spicchio". Sono preparativi che fanno venire in mente un'altra epoca, non lontana come l'Inghilterra elisabettiana: gli anni della Seconda guerra mondiale, che qualcuno di noi ricorda per averli vissuti in prima persona e molti hanno conosciuto per sentito dire attraverso genitori e nonni. Anni di razionamento, di orti di guerra, di calzini rammendati, e anche di comunità che si stringevano su se stesse, per tenere duro e resistere.
Allora c'era la guerra, adesso c'è un nuovo conflitto alle porte: quello che sarà provocato dalla fine del petrolio. Il guru delle Transition Towns è fra quelli convinti che la produzione petrolifera toccherà l'apice entro cinque anni, e poi comincerà la crisi che travolgerà tutto molto in fretta; altri, meno pessimistici, predicono che l'oil peak, il picco della produzione di oro nero, non avverrà prima di trent'anni, diciamo intorno al 2040. Ma, anche se così fosse, non sarebbe molto lontano: riguarderebbe, se non proprio noi, certo i nostri figli. "L'esperienza di Totnes e delle altre città del nostro movimento", conclude Hopkins, "è che la gente, quando spieghi il problema e offri una soluzione, reagisce con grande entusiasmo. Noi speriamo che questa idea si espanda rapidamente, non solo in Gran Bretagna, ma in tutta Europa e nel mondo industrializzato, di modo che quando il petrolio finirà, saremo pronti".
Qualcuno dirà che è un messaggio apocalittico, da setta millenarista che aspetta la fine del mondo: in realtà si propone l'esatto contrario, la continuazione del mondo. Sicché dopo il fallimento della "transizione al socialismo" promessa dai guru del marxismo, non resta che sperare nella "transizione all'ecologismo" delle Transition Towns. E ora scusate, basta pigiare sui tasti di un computer, devo scappare: qui a Totnes ho trovato qualcuno che ha promesso di insegnarmi a coltivare patate e rammendare calzini. In bicicletta, per fortuna, ci so già andare.
Posted by Casole Nostra
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