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Il Chianti Restaura i suoi Vigneti
Mentre a Casole d'Elsa si progettano megacantine che suscitano numerose perplessità in molti ambienti e una sorta di Corviale Rurale (l'insediamenti di Poggio ai Bimbi), in altri luoghi si comincia a capire l'importanza del paesaggio. (n.d.C.N.)Francesco Erbani su la Repubblica.
Al posto dei filari che con perfezione geometrica scalano in verticale le colline e le solcano come tanti graffi sulla pelle, ecco di nuovo i terrazzamenti, un po’ più arruffati, che vennero abbandonati dagli anni Sessanta, sbancati con i Caterpillar e sostituiti da sistemi di coltivazione che chiamano a "rittochino", più agevoli per i potenti trattori.
Anche Paolo Socci piallò le colline dove da decenni la sua famiglia faceva il vino. «Così si deve fare ora, dicevano tutti. E così feci anch’io». Poi si accorse che, oltre ad aver stravolto un assetto di paesaggio che durava da secoli, quel sistema da agricoltura industriale riduceva i costi, è vero, ma il vino che veniva fuori non era buono come un tempo. Sulle piazze internazionali sbarcavano bottiglie provenienti dall’est europeo o dal Sud America che, Chianti o non Chianti, scalzavano i concorrenti.
E allora si mise a studiare le tecniche tradizionali, si confrontò con l’urbanista Paolo Baldeschi, che stava elaborando un progetto di tutela dell’intero Chianti fiorentino, e capì una cosa importante: il paesaggio del Chianti era un paesaggio storico, anzi, culturale, nel senso che aveva ben poco di naturale, ed era esattamente il prodotto di una serie di adattamenti selezionati nel tempo e di regole produttive tutte orientate a ottenere un vino buono. Risuonavano nella sua memoria le parole di Emilio Sereni, quelle sul paesaggio come costruzione cosciente di una comunità, da cui discende che ogni comunità ha il paesaggio che si merita. Continua a leggere "Il Chianti Restaura i suoi ... »
Sabato, 29 agosto 2009
La Bolla di Cemento. Complici Locali
A Casole d'Elsa l'Amministrazione di destra si prepara allo sventramento dell'unico lato paesaggisticamente intatto del paese, con l'orrendo parcheggio di campo alla Porta, che trasformerà un gioello paesaggistico unico, in uno dei tanti orribili e devastati paesaggi italiani.Con pessime conseguenze sul turismo, sull'economia, sul futuro di questo paese, e in perfetta linea con la strategia di ricoprire l'Italia con una "repellente crosta di cemento e asfalto".
Spacciando per "sviluppo" la mancanza di idee e di capacità di progettare una nuova economia. (n.d.C.N.)
Edoardo Salzano su Carta
L'articolo di apertura di un servizio dedicato all'iniziativa distruttiva, mascherata dall'alibi della casa e della crisi. Carta, 28 agosto 2009
Sembra che stia per concludersi, con la discussione di un disegno di legge dell’on. Pili, la vicenda legislativa che, intrecciando governo nazionale e regioni, si concluderà nel parlamento nazionale con l’approvazione di una legge sul patrimonio edilizio. Ma durerà anni e decenni la storia nefanda aperta da Berlusconi il 7 marzo scorso: durerà nel territorio, sempre più trasformato nella “repellente crosta di cemento e asfalto” denunciata da Antonio Cederna; nelle città sempre più brutte e invivibili; nella vita della società che abita l’uno e le altre, e soprattutto dei più deboli; nei paesaggi, sempre più lontani da quell’immagine del Bel paese che ha conquistato tanti stranieri.
É una storia della quale il principale responsabile è certamente Silvio Berlusconi, i suoi consiglieri palesi (il sardo Cappellacci e il veneto Galan) e quelli più defilati, capofila l’ineffabile avvocato Ghedini. Ma una storia della quale sono complici molti altri: a cominciare dalle regioni, d’ogni colore e sfumatura, che si sono in un modo o nell’altro accodate alle parole d’ordine lanciare dal Cavaliere; i partiti delle opposizioni parlamentari, che hanno contrastato la proposta con una debolezza tale da far credere che ne condividano l’ideologia; e quelli delle opposizioni punite dalla legge elettorale e dalle loro stesse divisioni, cui l’attenzione alle loro vicende interne ha annebbiato la capacità di comprendere che cosa stava accadendo. Hanno reagito invece tempestivamente e con costanza le associazioni impegnate nella tutela del paesaggio, del territorio e dell’ambiente: dalla decana Italia Nostra, al WWF, a Legambiente, al FAI. In un sia pure succinto panorama delle forze in campo non si può trascurar di citare né qualche generoso ma sporadico sforzo di gruppi di opposizione in qualche consiglio regionale, né il lavoro di numerosi comitati di cittadini, né, soprattutto, l’intervento di chiarimento e critica di qualche segmento dei mezzi di comunicazione di massa. Continua a leggere "La Bolla di Cemento. ... »
Mercoledì, 15 aprile 2009
Per Carità, non Facciamo una New L’Aquila
Pierluigi Cervellati su la RepubblicaTremendo sarebbe costruire una New L’Aquila. Si distruggerebbe per sempre la sua memoria e l’eventuale ripristino dei suoi monumenti sarebbe del tutto inutile. Privati del loro ambiente diventerebbero vuoti simulacri in mezzo alle rovine. L’Aquila, al pari degli altri centri terremotati, deve essere ricostruita fedelmente, con criteri giusti, antisismici. Cercando di mantenere il più possibile le murature esistenti, rafforzandole con trefoli in ferro o altri sistemi tecnici non invasivi. Si utilizzi l’artigianato e non le imprese di prefabbricati cementizi. Non si dimentichi che è inagibile il nuovo ospedale inaugurato pochi anni fa e sono crollati lo studentato e altri edifici moderni, con struttura in cemento armato.
Le new towns non sono un modello di ricostruzione. Si faccia il confronto fra "nuova" Coventry e la piazza di Varsavia ricostruita con l’orgoglio di riconquistare la memoria del passato. La prima è diventata omologa ad altri moderni aggregati urbani, mentre la seconda è ritornata ad esser una piazza di città. In Italia c’è la nuova e, si fa per dire, modernissima Gibellina in Sicilia e Gemona e Venzone in Friuli, tutte distrutte dai terremoti. In Friuli la ricostruzione fedele è un modello. Ha gratificato gli abitanti e ha mitigato il dolore delle perdite perché ha ristabilito l’identità dei luoghi e ha rilanciato le attività economiche. L’artigiano ha dimostrato di rappresentare una risorsa troppo presto abbandonata in nome di un’industria che non ha saputo reggere l’urto della globalizzazione.
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Domenica, 29 marzo 2009
La Frittata Futurista
Mario Pirani su la RepubblicaTutto rinviato alla settimana prossima. Le Regioni non ci stanno e rifiutano di subire una decretazione d’urgenza che le spogli della sovranità, di recente conquistata, in materia di edilizia. Il primo testo, messo a punto, come le leggi ad personam, dall’avvocato Ghedini è rinviato al mittente. Berlusconi, comunque, ha ripetuto ieri sera che la metà delle abitazioni degli italiani saranno interessate. Che dire? Sembra che, come un soufflé mal riuscito, il piano-casa un giorno si gonfi e l’indomani si sgonfi. Vedremo alla fine cosa ne uscirà: una frittata rimediata con gli avanzi, una maionese impazzita, una torta pasqualina ad alto indice di gradimento? Eppure non è mai stato uno scherzo ma un’idea che ha suscitato, secondo i punti di vista, desolanti angosce paesaggistiche e sfrenate velleità edificatorie.
Ho avuto personalmente il senso di quanto stava accadendo quando un amico architetto mi ha riferito che aveva cominciato a ricevere, dopo il primo annuncio, due o tre richieste al giorno da clienti vecchi e nuovi, interessati a conoscere quali passi intraprendere per moltiplicare spazi abitativi, chiudere verande, soprelevare attici. Anche il felice proprietario di un ultimo piano a piazza Navona si era fatto vivo per sapere come modificare il tetto e costruirvi una terrazza con relativo roof-garden.
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Giovedì, 5 marzo 2009
Radiant City
A Documentary about Suburban Sprawl.
Mercoledì, 4 marzo 2009
Futuro Albergo per Vip a Siena Adesso è Sotto Sequestro
La procura blocca i lavori alla residenza turistico alberghiera in località Scacciapensieri. Cinque persone indagate per abusi edilizi. Tra i 105 soci scoppia la rabbia: "Siamo stati presi in giro"(la Nazione)
Siena, 3 marzo 2009 - Avevano investito i loro risparmi, convinti di poter finalmente procurarsi una rendita in più che, con i tempi che corrono, non guasta davvero. Invece quel bellissimo immobile a Scacciapensieri, quartiere di Siena fra i più esclusivi che si distende sui dolci declivi da cui si scorge la torre del Mangia, destinato a diventare una residenza turistico-alberghiera (Rta) è entrato a pieno titolo in un’inchiesta della Procura. Da ieri l’edificio è stato 'sigillato'. Si tratta di un sequestro preventivo d’urgenza disposto dalla Procura della Repubblica e attuato dai carabinieri della polizia giudiziaria. Cinque le persone attualmente iscritte nel registro degli indagati per abuso edilizio e cioè aver fatto passare per albergo quello che in realtà sarebbe diventato un immobile destinato ad abitazioni. Siamo agli inizi del 2000 quando decine di persone (per l’esattezza 105) decidono di investire i loro soldi in quella struttura. In molti credono si tratti di un affare, visto che la cooperativa chiamata a realizzare l’edificio chiede quattro milioni e mezzo di lire per ogni quota di compartecipazione nella società, un prezzo giudicato conveniente, considerato che l’opera verrà realizzata in uno dei quartieri più esclusivi di Siena e non comprenderà solo 128 camere, ma anche un centro benessere, una palestra, un parco dove sarà possibile organizzare feste e cene, dotata anche di locali da destinare a circoli ricreativi. Nel 2001 arriva la concessione. Partono i lavori, ma chi credeva che in breve tempo sarebbe stato consegnato quanto acquistato si ritrova invece di fronte a costi più che duplicati dall’inizio dei lavori e una data approssimativa per la fine dell’opera. Il complesso avrebbe già dovuto essere consegnato tre anni fa, ma così non è stato.
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Città Latenti
Agostino Petrillo su il manifestoUn nuovo tipo urbano ha preso forma in questo inizio millennio. È la città marginale, informale ben descritta negli ultimi anni da Mike Davis. Una gigantesca città «nuova», in buona parte «illegale», che nel terzo mondo sempre più da presso assedia i centri, raggiungendo dimensioni preponderanti rispetto a quella «ufficiale» e legale. La conseguenza di una crescente «perdita di controllo» su quanto viene edificato è il dilagare di una «città qualunque» monotona e miserabile, che racchiude un'umanità impoverita e superflua. Le città «illegali» non si sviluppano però solo nelle mega-città «terzomondiali», ma sempre più frequentemente si affacciano anche nei paesi sviluppati.
Nel nostro paese l'autocostruzione non rappresenta una novità, come mostra l'annosa vicenda dell'abusivismo. Ma come inquadrare in un simile contesto globale la questione italiana dell'abitare illegale? Appartiene ad un ciclo produttivo ed edilizio ormai trascorso, e a congiunture superate (ancorché irrisolte nei nodi di fondo) del governo urbano, o ci parla ancora dell'oggi? Ed è possibile in qualche modo assimilare la stagione dell'abusivismo a quella dello sviluppo attuale della città informale?
Questi gli interrogativi che derivano dalla lettura del recente lavoro di Federico Zanfi, Città latenti. Il suo testo esordisce offrendo una disamina estremamente puntuale della vicenda dell'abusivismo nel nostro paese. Vengono con rigore ripercorsi alcuni momenti salienti della storia italiana del secondo dopoguerra, segnata da eventi dirompenti: i crolli di Agrigento del 1966, l'esplosione del litorale laziale nei Sessanta e Settanta, l'abusivismo calabrese e siciliano e l'emergere pervasivo di un tessuto autocostruito che invade tutto il Sud. La vicenda che conduce alla formazione di metropoli spontanee nel nostro paese viene ricostruita con attenzione intelligente, fino al suo culminare nella figura del mostro edilizio, dell'ecomostro. Il risalto che con sempre maggior frequenza viene dato a realtà di questo genere, magari celebrandone mediaticamente la distruzione, fa rimanere in ombra la realtà pulviscolare e quantitativamente rilevantissima di Italia autocostruita.
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Domenica, 1 marzo 2009
Quattro Leggi Fuori Tempo Massimo
Paolo Berdini per eddyburgLa commissione Ambiente della Camera dei Deputati ha costituito un gruppo ristretto con il compito di verificare le possibilità di convergenza su un unico testo legislativo sui “Principi per il governo del territorio”. Allo stato attuale sono tre i testi depositati. I primi in ordine di tempo (29 aprile 2008) vedono quali firmatari rispettivamente Lupi (Pdl) e Mariani (Pd). In autunno è stato depositato (15 ottobre) anche un terzo disegno di leggi a firma di Mantini (Pd). L’Istituto nazionale di urbanistica ha infine reso pubblico un suo autonomo testo, nella speranza di poter svolgere un ruolo di mediazione tra i tre disegni di legge all’esame del gruppo ristretto.
1. Il fallimento del liberismo applicato alle città
La prima considerazione riguarda l’impianto culturale che sorregge le quattro proposte. Sono tutte permeate da due convinzioni: che il futuro del territorio possa essere delineato con il concorso della proprietà immobiliare e che si possa fare a meno della fondamentale legge sugli standard urbanistici che, come noto, riconosceva esteso sull’intero territorio nazionale il diritto alla quantità minima di spazi per servizi pubblici e verde.
A questi due elementi la legge Lupi aggiunge anche l’aberrazione che la pianificazione non è attività pubblica autonomamente esercitata dalle autorità rappresentative della volontà popolare, ma che si debba passare “da atti autoritativi ad atti negoziali” con la proprietà fondiaria.
Queste leggi sono dunque figlie del neoliberismo applicato al territorio e alle città. Nell’ultimo ventennio si è affermata la convinzione che il mercato svolge più efficacemente il proprio ruolo propulsivo se privo di regole, sono i meccanismi della concorrenza a determinare gli equilibri. Questa concezione valida per la produzione di merci – e non accettata neppure da molti economisti liberali- è stata estesa anche alla città e alla pianificazione. In questi anni, anche senza l’approvazione di nuove leggi in materia di urbanistica[1], trionfa l’urbanistica contrattata e la programmazione negoziata: è il volano economico (di un’economia basata sulla rendita) a rappresentare il motore delle trasformazioni[2].
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